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Scritti e filosofia

Sono qui raccolti alcuni pensieri sparsi di Dario Cattaneo tratti da lettere a familiari ed amici dal 1970 al 2022 e alcune riflessioni filosofiche dei suoi maestri o professori di scuola su cui aveva fatto approfondimenti.
I temi principali sono il significato di famiglia, l’eredità di affetti di foscoliana memoria, l’importanza di coltivare la poesia e l’amicizia, riflessioni sulla filosofia e sulla fede.

Desidero offrirti il fiore dell’amicizia che è sbocciato rapidamente tra di noi. È certamente la cosa più bella che mi ha riservato l’anno che sta per concludersi.
Ti sono riconoscente per avermi dato la possibilità di conoscerti e di farmi conoscere.
Ti sono riconoscente per la tua sincerità e per la voglia di fare che riesci a trasmettere, con gioia, a chi ti sta vicino.
Ti sono riconoscente per avermi indicato, con un entusiasmo che non conoscevo, un modo per uscire dalla monotonia di una vita che sto accettando, ma che non sto vivendo come si dovrebbe. Ti sono grato per avermi, anche se involontariamente, fatto riscoprire la bellezza e la serenità del ricordo di mio padre che, pur essendo costantemente presente in me, con la pittura acquista un sapore diverso, nuovo, bello e struggente.
Il parlare con te mi ha aiutato a capire e a consolidare certe convinzioni che, se non confrontate con quelle di altre persone, lasciano talvolta dei dubbi e delle perplessità che non giovano ad un vivere sereno.
Ti ringrazio ancora per il bel quadro che hai voluto donarmi: ha un significato profondo che per il momento non sono in grado di ricambiare. Non sono soddisfatto del mio modo di dipingere. Vedo in esso – pur non volendo cambiare stile – delle lacune e delle incapacità tecniche ancora troppo grandi: non mi riesce di esprimere quello che sento e che vedo. Per il momento sto cercando semplicemente di riprodurre oggettivamente “il vero” con gli scarsi risultati che conosci; obiettivo invece è quello di poterlo interpretare e trasmettere agli altri per far conoscere loro chi sono e che cosa penso. Un passo alla volta, vedremo. (lettera dicembre 1999)
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Caro amico, oggi ho guardato con occhi diversi miei figli, me stesso e quello che mi circonda: non sono le lacrime che riempiono i miei occhi a farmi apparire tutto così diverso da come era ieri.
Le nostre certezze, le nostre speranze, le nostre gioie non sono le nostre: di nostro non abbiamo nulla perché tutto ciò che siamo, tutto quello che faticosamente abbiamo appreso, conosciuto, imparato, temuto, amato, sperato, desiderato e magari anche ottenuto non ci appartiene, ci viene imprestato, o meglio, vista la fatica che ci costa, ci viene affittato affinché possiamo metterlo a disposizione degli altri.
Purtroppo non c’è uomo sulla terra che si ricordi di questo. Io per primo. Così il nostro dolore è incommensurabile quando veniamo privati di quello che credevamo avere ottenuto. No, non c’è spiegazione umanamente possibile a quanto è accaduto, né vale la pena di cercarla perché non la si può trovare. La perdita di un figlio è una prova immensa da affrontare, la più difficile. State uniti, sostenetevi reciprocamente.
Le mie mani sono vuote, non ho nulla da offrirti se non la mia amicizia e la mia preghiera che vorrei potesse diventare per te una piccola scintilla nel buio profondo che ora ti circonda. (lettera ottobre 1999)
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Ora nuove speranze crescono in me. Tanto mi basta per guardare con fiducia al nuovo anno. Ho qualche idea e cercherò di metterla in atto. Sto lavorando e, credimi, mi stanca non solo fisicamente l’impegno che sto mettendo nel cercare di migliorare. Parlo della pittura naturalmente. Mi muovo con la certezza di aver già raggiunto l’obbiettivo che mi ero riproposto in partenza: dare un’ultima gioia a mia madre.” (lettera, Natale 2000)
La delusione che segue una speranza non spegne in noi il ricordo della dolcezza provata nell’attesa della sua manifestazione. C’è sempre qualcosa che possiamo dare di più, ma in certi momenti la delusione ci pesa addosso come un macigno e ci soffoca il cuore. Ricordarsi dei tempi tristi quando li abbiamo superati ci aiuta ad affrontare il domani con maggior coraggio. (lettera Natale 2000)
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La morte di mia suocera prima e poi, subito dopo, quella della mia mamma, pesano tanto sul piatto “no” della bilancia. Ciò nonostante credo di avere ricevuto molto, certamente più di quanto meritassi. Ho trovato molto conforto nell’unione della mia famiglia. Ora stiamo lavorando insieme per catalogare le opere del papà. È veramente bello ritrovarci in serenità, lavorando senza nessuno scopo di guadagno, ma uniti nel ricordo di tantissimi momenti belli vissuti insieme. È come riaprire il baule dimenticato in cantina: ogni oggetto, anche il più piccolo, ti riporta immediatamente indietro e per un attimo ti ritrovi, ti ci cali proprio, in quel momento di tanti anni fa. Lasciami annegare in questo mare di ricordi che è dolcissimo per me e che mi paga oltre ogni dire. ( lettera, Natale 2001)
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Spesso chi è accanto a me non è capace di voli pindarici dai quali io sono attratto e, come fossi un aquilone, riavvolge il filo che mi fa volare e mi riporta velocemente a terra. (lettera 2001)
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Caro professore, il primo sentimento provato dopo una attenta lettura delle tue riflessioni “Circa la nascita di Gesù” è stata di grande orgoglio. Mi sono chiesto infatti che cosa potesse spingere un docente a rivolgersi ad un allievo che non incontrava da molti anni per ottenere un parere su un argomento così importante come quello della fede. La cosa dapprima mi ha lusingato, poi mi ha fatto meditare. Solo dopo aver letto il libro “Una morale senza Dio di Richard Holloway” credo di aver trovato una risposta. È significativo che i due scritti mi siano stati sottoposti contemporaneamente. La risposta alla mia domanda era già tutta chiusa in quella bellissima dedica con la quale hai voluto accompagnare il tuo scritto: “All’amico Dario cui ho trasmesso inutili certezze, perché conosca anche i miei dubbi”.
Come sai non possiedo una cultura teologica né tanto meno filosofica per poter soddisfare razionalmente e con argomentazioni circostanziate i tuoi dubbi; mi limiterò pertanto a sottoporti alcune osservazioni, non prima però di averti ringraziato per avermi dato un ulteriore insegnamento: nessuno è padrone della verità. Ritengo che chi cerca la verità sia molto più vicino a Dio di quanti, come me, accettano per tale quella a cui si è stati educati fin dall’infanzia.
Le perplessità che hai inteso manifestarmi hanno toccato anche me per molto tempo e, lungi dall’averle risolte, le ho messe in salamoia ritenendo che non rappresentassero un ostacolo alla mia vita, ma soprattutto perché non le ho mai ritenute così fondamentali da permettere loro di togliermi quella grande speranza a cui, come tutta l’umanità, siamo chiamati attraverso la fede trasmessami dai miei genitori.
C’è una frase di Gesù che dice “se non cambierete e non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Come un bambino che si fida ciecamente di quanto gli dice il papà o la mamma e si abbandona nelle loro braccia dove trova sicurezza e conforto, mi abbandono anch’io nella speranza di un Dio misericordioso che possa perdonare il male che ho commesso e soprattutto il bene che non ho fatto.
I miei genitori non erano istruiti, ma erano sostenuti da una fede incrollabile nella provvidenza che li ha sostenuti per tutta la vita ed anche in punto di morte. È il pensiero della morte come cessazione di ogni nostra attività che ci induce a voler sperare e credere. Ne “I sepolcri” il Foscolo identifica questa grande speranza nell’immortalità del ricordo che la nostra vita potrà avere nelle generazioni future e si chiede “Ma perché pria del tempo a sé il mortale invidierà l’illusion che spento pur lo sofferma al limitar di Dite?”. Perché vogliamo negarci questa speranza?
Questa nostra mente che ci consente di abbracciare in un attimo tutto l’universo, perché ci è stata data se non per aspirare ad una dimensione più grande, eterna, di quella che la natura, con i suoi limiti temporali (nascita-morte), ci ha voluto imporre? Da sempre l’uomo ha cercato una giustificazione divina al proprio esistere. Tutte le religioni pongono al centro del loro credo l’immortalità dell’uomo. Questa una necessità, un’illusione se vuoi, di sopravvivenza. L’aggrapparsi a questa speranza ha per l’animo umano la stessa valenza che il cibo ha per il corpo: è necessaria per non cadere nello sconforto. L’incapacità di spiegare fenomeni naturali è stata certo una delle prime cause che ha spinto l’uomo a porre la soluzione dei propri dubbi “in grembo ai celesti”. Anche quando la scienza ha svelato razionalmente molti fatti, che potevano apparire straordinari, ampliando gli orizzonti di questo infinito universo di cui facciamo parte, ha continuato e continua a chiedersi il perché del limite umano.
Gesù diviene il sacrificio perfetto, l’agnello senza macchia, perché non offerto dagli uomini a Dio, ma perché donato da Dio agli uomini per affrancarli dall’obbligo di immolare a Lui sacrifici.
Le dottrine monoteistiche che si basano sull’antico testamento, ci hanno presentato un Dio terribile nelle sue vendette, un Dio persino crudele che, per essere rispettato come onnipotente, non ha esitato a chiedere ad Abramo il sacrificio dell’unico suo figlio, in questo avvicinandosi molto alle religioni che imponevano sacrifici umani per placare l’ira delle divinità le cui leggi erano state trasgredite dagli uomini. È sulla necessità di offrire sacrifici agli dei per placarli, che si basa, per la religione cristiana, la nascita, la morte e la risurrezione di Cristo.
Secondo Giovanni, nella sua prima lettera, che a mio avviso racchiude in sintesi tutto quanto mi basta a credere, si dice “Carissimi, amiamoci l’un l’altro; perché la carità è da Dio. E chi ama è nato da Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è carità. In questo si è manifestata la carità di Dio verso di noi; che Dio mandò il suo unico figlio nel mondo, affinché per mezzo di lui abbiamo la vita.” E nella stessa lettera Giovanni specifica chiaramente che per vita si intende “vita eterna”.
Pascal diceva che secondo lui conveniva scommettere sull’esistenza di Dio perché se Dio non esiste, non perdiamo nulla, ma se davvero esiste, guadagnamo il tutto.
Ti faccio questa lunga premessa per giustificare la mia scelta. Ed ora veniamo ai tuoi dubbi. Tu sai che i protestanti, gli anglicani in particolare rifiutano il dogma di fede che ritiene vergine la madre di Gesù. La Chiesa cattolica invece la considera tale ẹ come tale la celebra. Personalmente non ritengo la cosa fondamentale. Mi piace però credere e sperare che un esponente del genere umano possa già godere del premio che ci stato promesso. Noi veneriamo Maria vergine e madre assunta in cielo. È confortante per me sperare che una persona umana, che ha conosciuto i problemi che dobbiamo affrontare ogni giorno, possa intercedere presso il Signore in nostro favore. Se poi mi chiedi se tutto questo abbia una base razionale, debbo convenire che non ce l’ha.
La tua citazione del cardinale Ratzinger, a conclusione della tua riflessione, è profondamente vera e rispecchia il pensiero di Gesù: noi saremo giudicati dalle nostre opere. Non credo invece corretto il pensiero di D’ Arcais che afferma che la pietra d’inciampo per l’ateo sia l’incapacità della carità.
Conosco personalmente e sono fiero di annoverarli tra i miei amici persone atee che si prodigano per gli altri e applicano il principio cristiano della carità in misura ampiamente superiore a quanto non faccia io, pur non sapendo che con il loro comportamento applicano la più importante regola evangelica ama il prossimo tuo come te stesso.
Vero è che le poche (ahimè, veramente troppo poche) cose buone che faccio, non le faccio in vista di un premio celeste, ma perché di per se stesse mi gratificano. La gioia di donare, di aiutare chi ha bisogno, già di per sé è cosa che dà soddisfazione. In questo ha ragione Richard Holloway, una morale senza Dio è possibile. Ma mi chiedo: non sarà opera di Dio il sentimento che ci spinge a desiderare il bene altrui?
Sono certo che dopo questa lunga chiacchierata i tuoi dubbi saranno rimasti immutati, ma ti sono grato per aver dato una spolveratina anche ai miei. (lettera aprile 2004)
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Cari amici, vi sono riconoscente per la vostra amicizia che mi gratifica e mi onora. Ci conosciamo poco, ma le ore trascorse con voi mi hanno arricchito sempre ed oggi è raro ottenere questo risultato nei rapporti umani. Forse è l’approccio, la diffidenza che scaturisce da tante delusioni passate, che ci impedisce di trovare negli altri il buono che covano dentro.
Ho letto con attenzione il libro che mi avete donato “Inchiesta su Gesừ”. È profondo ed interessante.
Nella premessa il Prof. Mauro Pesce dice di essere convinto che la ricerca storica non compromette la fede, ma neppure obbliga a credere. Certo, a volte mette in crisi alcuni aspetti dell’immagine confessionale di Gesù, ma questo porta ad una riformulazione della fede, più che ad una sua negazione. Quello invece che mi ha sconcertato è il desiderio di Augias di trovare conferma ad alcune ipotesi sue, citando ed estrapolando alcuni brani dai Vangeli e mettendoli a confronto con altri nei quali appaiono evidenti contraddizioni. Le sue domande sono incalzanti, talvolta provocatorie. Pare quasi che voglia dimostrare una tesi di cui è già personalmente convinto, cercando tra le pieghe di una lunghissima pezza di stoffa solo quelle sgualciture che ne interrompono, di tanto in tanto, la trama e la pettinatura. È il criterio che una persona intelligente utilizza sempre quando ha dei dubbi. Mi è parso di vedere in Augias specchiata quella figura straordinaria di Montanelli che diceva: “Ho sempre cercato Dio e non l’ho trovato. L’ho sempre cercato, perché credo che la fede possa dare una forza straordinaria. Ma non mi sento responsabile colpevole del fatto che a me questa forza sia mancata. E se Dio lo trovassi, gli chiederei: perché non mi hai dato la fede?” Io, da parte mia, risponderei con le parole con le quali Dio era giunto al cuore di Agostino e dello stesso Pascal: “Tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”. La Fede per un uomo è come il coraggio per Don Abbondio, se non ce l’hai non te lo puoi dare. E così triste il pensiero che fin dal primo nostro vagito, stiamo consumando il tempo che ci è dato, che il precluderci la speranza di una vita dopo la morte mi parrebbe come eseguire dei salassi ad un anemico. C’è in vero anche un atteggiamento di grande dignità, coraggio e rassegnazione tutta laica che ho trovato nelle ultime parole che Margherite Yourcenar pone in bocca ad Adriano Imperatore in “Memorie di Adriano”. Di esse vi faccio dono, con il mio abbraccio.
Piccola anima smarrita e soave, compagna
e ospite del corpo, ora t’appresti a
scendere in luoghi incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari,
le cose che certamente non vedremo mai più.
Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti
(lettera aprile 2004)
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C’è bisogno di dare un po’ di pace al nostro cuore. Una sosta, ogni tanto, non rallenta la salita alla montagna che dobbiamo scalare. La sosta ci fa riprendere fiato, ci consente di verificare il tragitto percorso e di meglio valutare quello che ci resta da compiere. Non solo. Ci dà anche la possibilità di godere il panorama con un orizzonte sempre più vasto, alla luce delle esperienze vissute. Chi semina bene, non rimane deluso dal raccolto. (lettera Natale 2005)
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Si avvicinano le vacanze, ma non avverto nessuna fretta di allontanarmi dal mio quotidiano. Prendo con me la cassetta dei colori ed il cavalletto, poi si vedrà. Vedo serenità intorno a me. Non mi va di imbarcarmi in nuove imprese o rincorrere sogni di grandezza. Leggo, dipingo cercando di migliorare, ma non mi abbatto se non ottengo i risultati che mi prefiggo.
Il poter aiutare Romeo Bellucci, che ho quasi adottato come padre, mi è di grande conforto. È bello aver qualche cosa da donare. Lui mi gratifica con la sua ironica saggezza, con un sorriso, regalandomi qualche spezzone dei suoi ricordi, con l’attaccamento alla vita che sente inesorabilmente sfuggirgli dalle mani. (lettera luglio 2006)
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L’esserti comportato correttamente nei confronti di chi ci ha ferito, ci dà tranquillità. La vendetta e le ripicche, non pagano. C’è, secondo la nostra fede, qualcosa di ancora più sublime che dà, a chi lo offre, la pace del cuore: il perdono.
Purtroppo, come diceva Andreotti, abbiamo una memoria di ferro. (lettera Natale 2006)
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Ci sono delle prove nel corso della nostra vita che la nostra immaginazione non riesce a prevedere in anticipo e non perché siamo privi di fantasia, ma proprio perché sono talmente lontane dai nostri pensieri e dal nostro modo di vedere e valutare le cose che non riusciamo neppure a concepirle.
Il merito paziente della formica che con abnegazione concorre a costruire, ad ingrandire, ad abbellire e fortificare il proprio formicaio, può venire cancellato improvvisamente da un temporale più violento del solito, dal passaggio di un formichiere particolarmente vorace, ma a questi eventi essa in cuor suo è già preparata e quando accadono riprende, con tenacia, a raccogliere pagliuzze e sistemarle con maggiore perizia e maestria al posto giusto per costruirsi una nuova casa, più solida e robusta. Fa tutto questo per se stessa e per le sue compagne, incessantemente, spinta dalla emulazione di chi la circonda e da un innato senso del dovere.
La famiglia degli uomini non è così. Ovidio sintetizzava questo concetto con il motto: “Homo omini lupus’. Le delusioni che ci arrivano dalle persone care sono dei colpi feroci, non sono schiaffi: sono mazzate, specie se provengono da chi il nostro impegno ha aiutato a crescere e migliorare. Quando queste cose accadono, le persone oneste sono portate immediatamente a chiedersi: “dove ho sbagliato?” ritenendo impossibile credere che, non la riconoscenza, ma solo un vago senso di giustizia venga così freddamente calpestato.
Ci sono passato più volte anch’io e anch’io mi sono fatto sempre la stessa domanda: “dove ho sbagliato?”. Ebbene la riposta è stata sempre: “Se anche avessi commesso qualche errore, l’ho fatto in buona fede e quello che ho dato è sempre ampiamente superiore a quello che ho ricevuto.”
Non dobbiamo perdere la nostra autostima e soprattutto dobbiamo essere in pace con la nostra coscienza.
“L’importante l’è esser en galantom!” ha questo significato, anche se a volte non paga in termini immediati. Guarda avanti e, lo dico per te, non serbare rancore, senza però dimenticare mai quello che ti è successo: “Pur se si perde dei fiori e l’erba lo splendore, non ci dorrem, ma più saldi in petto godrem di quel che resta” (William Wordsworth, da “Intimations of Immortality”).
(lettera Natale 2006)
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Da alcuni anni cerco di scavare dentro di me per cercare di scoprire le cose veramente importanti di cui abbiamo bisogno. Sto cercando di dare una disposizione diversa – sulla scala dei valori – alle cose, ai sentimenti, ai rapporti con gli altri. Sono più sereno, più pacato, più tranquillo. Nasce tutto dal comprendere e valorizzare quello che abbiamo, piuttosto che considerare quello che ci manca. Il rendermi conto dei miei limiti non mi spinge a compiere imprese titaniche o voli pindarici di fantasia, piuttosto mi fa valorizzare meglio quello che ancora posso fare o imparare.
Saggezza? Non direi. La saggezza è una virtù di cui tutti dispongono, ma in misura diversa. C’è sempre qualcuno più saggio, ed è a lui che dobbiamo tendere.
La moderazione ed il sapersi accontentare non giovano al progresso dell’umanità, ma aiutano a convivere con essa, con tolleranza, senza invidie. (lettera Natale 2007)
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Caro Romeo, i miei più cari auguri per il tuo compleanno. Mi tornano alla mente mentre ti scrivo alcuni episodi così particolari dei momenti trascorsi insieme che, se isolati tra loro, hanno poca importanza, ma se visti nel loro complesso, danno la dimensione dell’uomo che ammiro e la cui amicizia mi onora ed arricchisce.
La prima volta che ti ho visto scagliare, facendolo roteare sull’erba, un tuo dipinto; quel tuo ricordo così vivo e affettuoso del mio papà; quella tua modestia davanti ai meritati complimenti per le tue opere, malcelata da quel tuo: ” insomma…” che significa: “si può fare di meglio, ma anch’io sono soddisfatto del risultato ottenuto”; quella tua continua preoccupazione di non recare disturbo o di non essere tanto “signore” quanto il tuo cuore vorrebbe; quel tuo costante pessimismo, che mal lega con la tua voglia di vivere e di guardare; quella tua ammirazione per il genio altrui; quella speciale capacità di suggerire senza far cadere dall’alto il prezioso insegnamento; il tuo amore per il bello, per la musica e per la poesia; la commozione che ti inumidisce gli occhi al terzo atto della Butterfly; il tuo preoccupante venir meno e la necessità di sdraiarti che è capitato talvolta mentre stavamo dipingendo all’aperto; questa tua costante apprensione per Carla, ebbene sono tutte cose così impresse nel mio cuore che vivono ogni giorno con me.
Io cerco di custodirle come un tesoro prezioso e di coltivarle perché possano divenire luce non solo per me, ma crescendo, anche per i miei figli. Ti sono riconoscente. (lettera marzo 2008)
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Caro Romeo, come vedi siamo sopravvissuti un anno ancora e, tutto sommato, a me non dispiace. Il dolore passato è già trascorso, non può ferirci oltre. Se siamo riusciti a sopportarlo è segno che non era poi così micidiale. Certo, nuove ansie e nuove apprensioni dovremo conoscere, ma se è questo il prezzo che si deve pagare per vedere e per amare, per scoprire ed imparare, sosteniamone il costo: non è poi così esoso. Come faremmo ad apprezzare i momenti di gioia se non vivessimo nel dolore? “L’uscir di pena” di leopardiana memoria “è diletto tra noi”.
Desidero ringraziarti per l’affetto e l’amicizia che mi dimostri continuamente e per gli insegnamenti che, forse anche senza volerlo, mi offri. Quest’anno poi m’hai fatto dono di quella dolcissima poesia (“Che la fortuna”) che non merito certo, ma che mi ha profondamente colpito. Vorrei anch’io poterti offrire di più, ma le mie capacità sono limitate e non sono un filosofo così bravo da riuscire ad offrirti la speranza. Cerco umilmente, e forse anche maldestramente, di starti accanto per cercare di guardare attraverso i tuoi occhi quello che anch’io vedo e confrontare con te sensazioni ed emozioni. Ogni volta ne esco arricchito. Questo nuovo anno abbiamo un sacco di cose da fare insieme. Prepara la lista e comincia ad allenarti. Un caro abbraccio. (lettera 6 Marzo 2010)
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Caro Piero, il tuo messaggio di martedì scorso meritava una risposta immediata, ma stavo recandomi ad una visita di controllo e non avevo nessuno con me che potesse risponderti con il tuo stesso mezzo. Infatti io non so inviare messaggi SMS (mi rifiuto di imparare). Dovevo risponderti subito perché il tuo messaggio mi ha commosso. Ti scrivo ora, con ritardo, ma dopo aver riflettuto.
“Uomo dal profumo che dà respiro all’anima”
“Pittura con la poesia che ti appartiene”
Non merito questi elogi, lo so. Ma il sentirselo dire, quando per molto tempo hai cercato di raggiungere questi due obbiettivi, è oltremodo gratificante. Il poter essere di aiuto agli altri, il poter rappresentare per chi ti circonda un approdo di serenità, di sollievo o anche semplicemente un momento di pace o di conforto al dolore, è quanto vado cercando da sempre. Nessuno mai aveva usato una frase così bella nei miei riguardi “Uomo dal profumo che dà respiro all’anima”. Che bello! Il mio maestro usa queste parole per me!
Forse perché non me la merito (anzi, certamente è cosi) o forse perché talvolta si ha paura, quasi una sorta di pudore, a manifestare ciò che coviamo dentro, nessuno, ripeto, aveva trovato parole belle come queste nei miei confronti.
Un vecchio motto latino dice “Homo hominis lupus” (l’uomo è lupo all’uomo) mentre tutto in me vorrebbe essere “Homo hominis agnus” (uomo agnello all’uomo).
Il mondo che sembra stendersi davanti a noi così bello, così variato e ogni volta nuovo, non dà in realtà né certezza, né pace, né conforto al dolore. Sembrerebbe così semplice andare tutti d’accordo, sorriderci ed aiutarci vicendevolmente. ma non è così. Ci si scontra sempre contro chi crede di essere più furbo di te. Queste persone, non vedendo la propria gretta meschinità, pensano di aver trovato nell’altro il pollo da spennare, senza rendersi conto che polli lo siamo tutti e prima o poi finiremo tutti in padella.
È l’amicizia che dà respiro all’anima. L’amico è quello che vede tutti tuoi difetti, ma non gli danno fastidio.
AItro tema. La poesia.
La poesia, non appartiene a nessuno. La poesia è sempre così ingorda di sé stessa che non si lascia neppure assaporare.
È come una pianta alla quale le persone sensibili danno da bere giorno per giorno per farla crescere. Quando cominciamo ad innaffiarla crediamo sia una pianta piccola, fragile, tenera, delicata. Man mano la coltiviamo ci rendiamo conto che la pianta della poesia cresce più velocemente di noi e ci sovrasta, tanto che non riusciamo più a vederla nella sua interezza se non allontanandoci molto da lei, per poi tornare mesti, dopo averla contemplata, a versare ancora qualche lacrima sulle sue radici per farla crescere ancora di più, non per noi – che già non abbiamo un cuore così grande da accoglierla tutta – ma per gli altri, per quelli che verranno, perché da essa possano cogliere i frutti per meglio operare, per vivere, per “dare respiro all’anima”. Ciao. (lettera Natale 2009)
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Avranno mai pensato mamma e papà, quel lontano 24 maggio 1933, che quel loro impegnativo Sì avrebbe potuto dare il via ad una così vasta discendenza? Certo loro ce l’hanno messa tutta per raggiungere questo straordinario risultato, ma anche tu non hai scherzato. È bello vedere negli occhi degli ultimi arrivati lo stupore e l’incredulità di avere così tanti zii e cugini. È bello vedere negli occhi di noi più vecchi mentre guardiamo i piccolini, il rimpianto della nostra giovinezza e nel contempo la gioia di sapere che loro, i nostri figli e i nostri nipoti, sono così pieni di quella stessa speranza che un tempo ha reso felici i nostri giorni. È bello sapere che ci vogliamo bene e che possiamo fare reciproco affidamento tra noi, ognuno con le sue peculiarità, con i suoi meriti ed i suoi limiti, ognuno con la sua bontà, con le sue nascoste sofferenze e con i suoi ricordi che coltiva nel proprio cuore per farli crescere cercando di trasformarli in luce per se stessa e per gli altri.
I nostri più cari auguri per il tuo 70° compleanno, affinché questa luce d’amore, che ci sopravvive, possa splendere e crescere sempre per te e per tutti noi. (lettera aprile 2010)
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Sono stato molto fortunato in tutte le scelte importanti della mia vita.
Sono cresciuto in una famiglia povera di mezzi ma ricca di affetti e di bontà, dove nulla mi è mancato e dove mi sono stati insegnati i principi fondamentali per essere felice;
Ho sposato una donna che mi ha voluto bene e si prodiga per me e che mi ha non solo donato due figli meravigliosi, ma che con il suo lavorare mi ha consentito di continuare ad avere un tenore di vita dignitoso senza far mancare nulla;
Ho avuto degli amici meravigliosi;
Ho amato l’arte e la poesia;
Non ho mai desiderato di avere più di quello che avevo e I’ invidia non ha mai ispirato miei pensieri;
Non conosco persone, tra quelle che ho conosciute, che non abbiano di me un ricordo positivo e se ce ne fossero non mi è mai stato rivelato.
Quello che dovevo fare I’ ho fatto, non ho sospesi con nessuno. (lettera 7 gennaio 2022)

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